STARE SULLA SOGLIA
Racconti del Servizio Civile
“Cuídate” ci è stato detto, ripetuto, augurato. “Cuídate, tu tambien” abbiamo risposto guardandoli uscire da quella porta che marca un confine netto tra dentro e fuori.
A 14,15, 16 anni, trascorrere giorni, mesi, anni all’interno di un Centro privativo di libertà significa fare esperienza di un mondo che è salvezza e dannazione al contempo. C’è chi arriva dalla calle, chi da famiglie disgregate, disfunzionali, assenti, chi dal narcotraffico. Ciascuno con una storia fatta di lacerazioni, ferite e uno smisurato bisogno di cariño. È così che quando arriva un nuovo ragazzo a Fortaleza lo si accompagna nel riconoscere e accettare il proprio groviglio che si va, poco poco, dipanando.
Per ciascuno è un processo diverso, in ognuno di loro si riconoscono tempi, modalità e capacità differenti. Nell’arco di questi mesi, stare a fianco, nella quotidianità ristretta, è stata una sfida, straordinaria nella sua ordinarietà.
Se in un primo periodo il servizio realizzato è stato caratterizzato da una graduale e progressiva conoscenza del contesto in cui ci si trovava, da qualche mese, con il termine delle lezioni, l’inizio del periodo delle vacanze estive, l’approssimarsi delle feste di Natale e fine anno e la riprogrammazione di un nuovo anno ho vissuto e provato sensazioni talvolta contrastanti: gratitudine, senso di appartenenza, nostalgia, senso di vuoto.
Ricordo, in particolare, le settimane che hanno preceduto il descongestionamento judicial, giornata durante la quale si realizzano udienze all’interno dei Centri di reintegrazione sociale permettendo di rivedere la situazione processuale degli adolescenti privati di libertà, contribuendo all’attualizzazione delle misure socioeducative e all’ottimizzazione dei tempi di giudizio.
La possibilità che qualcuno potesse ottenere una misura alternativa alla detenzione e che, di conseguenza, non sarebbe più stato parte della quotidianità del Centro era motivo di estrema gioia così come di profondo senso di vuoto. Le relazioni creatasi durante i mesi precedenti ed in particolare alcune presenze, nel tempo, erano diventate pilastri di fiducia, riferimenti. A chi rivolgersi in loro assenza?
Sembra assurdo, ma all’interno della vita di un centro privativo di libertà ogni ragazzo rappresenta una pedina significativa di un’articolata scacchiera e la perdita di una sola di essa rende differente le successive scelte di movimento. Cambiano gli equilibri, evolvono le dinamiche, si riconoscono nuove prospettive.
Di fatto, credo che gli scorsi mesi, siano stati caratterizzati proprio da questi ultimi aspetti menzionati. La maggior parte dei ragazzi presenti da mesi/anni al centro sono usciti e molti altri sono entrati. La configurazione della popolazione è cambiata e, di conseguenza, l’attenzione e le necessità di lavoro sono virate verso altri orizzonti.
Un flusso continuo che talvolta non ti permette nemmeno di avere il tempo di metabolizzare alcuni passaggi. Così, di fronte alla necessità di cuidar gli attraversamenti, con Giulia, non è mai mancato un momento di scambio, dialogo e confronto autentico rispetto alle proprie sensazioni e ai propri punti di vista.
L’attenzione rivolta al traguardo dell’essere bachiller per alcuni di loro, la presenza disinteressata durante il periodo natalizio, la foto e le parole dedicate a chi, tra uno scatolone e l’altro, si approssimava ad una nuova vita al di fuori del centro.
Ci siamo allenate, giorno dopo giorno, a cogliere i piccoli dettagli, a decifrare linguaggi diversi dai nostri, ad interpretare i segnali e gli sguardi da lontano. Siamo entrate in relazione e abbiamo costruito, in maniera diversa con ciascuno, una confianza singolare.
Spesso si è passati in fretta, senza fermarsi, emozionati, confusi, incoscienti. La soglia del Centro Fortaleza, la porta d’ingresso e d’uscita è luogo importante: è linea che fa incontrare il dentro e il fuori, è confine che apre o chiude, è passaggio. Per me e Giulia, stare sulla soglia, in questi mesi, è stata scelta intenzionale, prova di forza per chi, come noi, intende l’attraversamento come assunzione di responsabilità, il cambio di misura come possibilità, frutto di un percorso che si apre all’incontro con la realtà.
Stare sulla soglia è stato fare una promessa: continuare ad esserci, in tempi, forme e spazi differenti, esserci.
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