I primi tre mesi di servizio alla Ciudad de los Niños
Racconti del Servizio Civile
In questi primi tre mesi di servizio civile a Cochabamba in Bolivia ho avuto la fortuna e la possibilità di poter inserirmi nella struttura in cui sono, la Ciudad de los Niños, con calma e in punta di piedi. Non mi è stato chiesto fin da subito di prendere parte attiva e operativa, proprio perché è stata data priorità alla necessità di farmi conoscere e di conoscere la struttura e le persone che ogni giorno la vivono. Fin da subito il tentativo è stato quello di intessere relazioni, sia con i bambini e i ragazzi, che sono gli utenti e i principali beneficiari del mio servizio, sia con il personale, a cui sono stata proposta come figura di sostegno e di eventuale affiancamento. Proprio per questo motivo, mi sono ben presto resa conto che la ricchezza di una struttura di accoglienza per bambini come questa, in Bolivia, sta proprio nel tentativo di creare relazioni e un clima di familiarità e sostegno reciproco, che è proprio ciò che si cerca di insegnare ai bambini ospitati qui. Pur nella mia evidente diversità di cultura e di usi, ho cercato prima di osservare le dinamiche e le abitudini, e in un secondo momento di inserirmi, di proporre, di sperimentare e cercare così di dare il mio contributo.
Ciò che per me ha fatto sicuramente la differenza è stata l’accoglienza che mi è stata riservata, in primo luogo dai bambini e dai ragazzi. Forse perché abituati al passaggio di vari volontari, specie provenienti dall’Italia, fin dal primo incontro mi hanno accolto con un sorriso e, dopo aver rotto il ghiaccio, con un abbraccio. Ancora anche adesso, dopo tre mesi, ogni volta che mi vedono scatta l’abbraccio, e questo rientra in una delle tante cose che mi hanno insegnato: l’importanza dell’affetto, anche nel quotidiano e anche tra persone che vedi tutti i giorni, perché è sempre necessario dimostrare all’altro di accorgersi della sua presenza e di esserne felice.
Stando così a stretto contatto con i bambini, tutti i giorni, ho iniziato ad osservare varie cose, sia nelle differenze tra Bolivia e Italia, sia nella peculiarità della situazione che questi bambini vivono. Una delle prime cose di cui mi sono resa conto è l’importanza del gioco, per bambini di tutte le età: qui si ospitano ragazzi fino ai 18 anni, e comunque anche i più grandi riescono a farsi coinvolgere in momenti di gioco con i più piccoli, trovando quella leggerezza e spensieratezza che non dovrebbe essere persa con l’età. I bambini, pur nelle loro giornate in cui si dedicano anche ai doveri, alla scuola, ad alcuni lavoretti in casa, hanno molti momenti liberi e qui, molto più che in Italia, penso, sanno trovare dei momenti di svago anche nel gioco, passare del tempo all’aria aperta e ricavarsi momenti di socialità libera.
Un altro aspetto di cui ho visto l’importanza è sicuramente la scuola. Nella Ciudad de los Niños si preme molto perché i bambini e i ragazzi ospitati finiscano la scuola dell’obbligo impegnandosi e cercando di coglierne tutte le potenzialità, arrivando anche a premiare gli alunni con il miglior rendimento. Per le storie e il passato difficile che la maggior parte di loro ha, tuttavia, spesso lo studio può risultare ostico e alcuni dimostrano non poche difficoltà. Per come funziona il sistema scolastico qui, per quel poco che ne ho osservato io, purtroppo la scuola e i professori non sempre riescono ad aiutare gli studenti in difficoltà e quindi i ragazzi si rivolgono alle educatrici della struttura, come si rivolgerebbero a un genitore, ma anche le educatrici spesso non riescono ad aiutarli. La struttura mette a disposizione dei programmi di sostegno allo studio con il lavoro di una psicopedagogista e ci hanno chiesto come volontarie di inserirci nel programma e di tenere delle classi di matematica e di inglese. Dopo due mesi di sostegno allo studio nell’ambito della matematica mi sono resa conto di come il lavoro da fare sia molto, le difficoltà sono parecchie e che ci sarebbe necessità di più tempo e di un rapporto uno a uno con gli studenti. Per la maggior parte dei ragazzi la motivazione non manca, quello che manca è una figura che possa dedicare loro del tempo che sia solo loro e delle attenzioni in più. Con grande soddisfazione, mi sono accorta di come in alcuni casi funzioni molto bene anche l’aiuto tra pari, in termine proprio di spiegazione degli argomenti e di risoluzione degli esercizi, per cui potrebbe avere un futuro la creazione di gruppi studio, anche se dal momento che frequentano molte scuole diverse è molto difficile trovare ragazzi che stanno affrontando gli stessi argomenti nello stesso periodo.
Da ultimo, in questi mesi mi sono messa alla prova anche come sostituta delle educatrici nelle casette, per tempi variabili: a partire da un pomeriggio fino a un paio di notti di fila. Mi sono resa conto così di cosa comprenda il lavoro delle educatrici, che si tratta di un impegno a tempo pieno, 24 ore su 24 fino a che non finisce il turno. In questo tempo si è i soli responsabili dell’intera casetta, composta da circa 10/12 bambini, e bisogna occuparsi della vita quotidiana, degli impegni di ognuno, del mantenimento della casa e dello svago di tutti. Si tratta sicuramente di un lavoro particolarmente impegnativo, con pochi momenti di stacco, ma in cui i bambini stessi si dimostrano molto d’aiuto: tutti loro, anche i più piccoli, sono ben consapevoli di come funziona la quotidianità della casetta, gli eventuali compiti e doveri di ognuno, le incombenze come cucinare, pulire, lavare… Vedere tutto questo mi ha stupito molto e mi ha reso consapevole di quanto anche i bambini, pur con moderazione, possano occuparsi di certe attività che normalmente pensiamo adatte solo agli adulti. Ciò di cui mi sono resa conto con questa esperienza è però anche quanto tempo libero abbiano questi bambini e della necessità di riempirlo, e che non sempre è facile farlo, specie per la figura in quel momento responsabile di tutti.
Generalmente, sono molto contenta di questi primi tre mesi di servizio civile e soddisfatta degli spazi che sono riuscita a ricavarmi e delle responsabilità che mi sono assunta. Vedo molte potenzialità nella struttura, nel progetto, e nella mia presenza qui per questo mio anno di servizio: ho molte idee e voglia di sperimentare e spero che in qualche modo il mio servizio possa essere un piccolo contributo all’interno del lavoro già splendido di cui si occupa chi lavora e si dedica alla Ciudad de los Niños, in cui mi sembra grandi e piccoli, io compresa, trovano una famiglia.

