Darsi tempo
Racconti del Servizio Civile
Quando ripenso a questi primi tre mesi al Centro Fortaleza faccio fatica a trovare un punto da dove iniziare; ricordo bene il momento appena prima di entrare al Centro, provavo quell’ansia da primo giorno in una nuova scuola dove non conosci i tuoi compagni, i professori e le persone che per i prossimi anni faranno parte della tua quotidianità. Appena entrate ciò che subito mi ha colpito è stata la serie di occhi tutti puntati su di noi, ci guardavano con un misto tra sorpresa e curiosità… che fatica reggere quello sguardo! La prima settimana ero smarrita, non capivo la lingua, il gergo, il linguaggio del corpo, le espressioni facciali, mi sono sentita da subito al centro dell’attenzione una ragazza “choca” a cui fare mille domande, dalle più semplici «quanti anni hai?» «da dove vieni?» alle più difficili «quanto vi fermate?» «già andate via?» «perché hai scelto di stare qui?». Tutto mi risultava estraneo, e io che ero arrivata con un’unica regola aurea, ascoltare, mi sono ritrovata a dover rispondere a una marea di domande a cui neanche a volte sapevo dare una risposta. Ripensare oggi a quelle prime settimane mi fa sorridere, faticavo a riconoscere le individualità di ciascuno prendevo le giornate per come venivano, accoglievo la massa e le loro domande cercando di rispondere come potevo e usando la lingua poco comprensibile come giustificazione a ciò che non volevo rispondere. E, se questo era l’approccio dei ragazzi, dall’altra parte il mondo adulto mi dava una risposta diversa: poco interesse, poca possibilità di dialogo e soprattutto un’aura di diffidenza. Con gli adulti, immersi nella loro routine quotidiana, non si incrociava mai lo sguardo. Entrare nel loro mondo è stato più difficile e, a momenti, frustrante. Agosto l’ho passato così, ad osservare le spalle degli adulti e gli occhi dei ragazzi; a cercare di placare la mia voglia irrefrenabile di fare e cercando di godermi questa vita lenta che mi fa aspettare più di mezzora un mezzo pubblico; a cogliere gli aspetti postivi di un’organizzazione fatta all’ultimo minuto. Da subito ho dovuto mettere in discussione tutti i miei schemi mentali e non che fino a quel momento ritenevo fondamentali per affrontare questo mondo. Ho adottato una nuova regola aurea: darmi tempo. Darmi tempo di comprendere chi avessi davanti, di rispettare il lavoro fatto fin ora senza entrare a gamba tesa con le mie idee, e la mia visione di mondo “giusto”. Nei mesi successivi ho cercato di entrare in punta di piedi in una realtà completamente diversa dalla mia, una realtà che mi mette in discussione e di fronte a delle domande a cui, per un motivo o per un altro, mi sono sempre sottratta. Una realtà umana la cui complessità ti arriva dritta come un pugno in faccia, che mi ha fatto cadere dalla poltrona in cui mi sono accomodata e mi ha lasciato davvero senza parole. Il Centro Fortaleza mi ha dato la possibilità di mettere in pratica, per la prima volta, ciò che ho sempre letto sui libri. A Fortaleza ci si mette in discussione, si lavora sulle persone, si entra nelle loro vite incasinate alle quali si cerca di dare ordine con le risorse che si hanno. Ci si guarda negli occhi e ci si riconosce con i propri limiti e i propri punti di forza. È questo, che qui, rende possibile un lavoro restaurativo con degli adolescenti. Sono grata nel mio piccolo di farne parte, di poter dire che anche io oggi riesco ad accogliere un po’ di più quello sguardo malinconico e di stare in quella storia fatta di sofferenza. Ho imparato che qui le domande non si fermeranno mai, ci sarà sempre un lavoro da dover improvvisare all’ultimo momento e dovrò aspettare mezzora un bus micro che sarà sempre pieno di persone e non si fermerà quando voglio. Qui però ho anche imparato che l’importante è saper stare, saper accogliere lacrime, risate, domande e dubbi. Ho trovato una serenità tale che mi permetta di esserci, di riuscire a stare davanti a uno sguardo, di ascoltare una storia, e a ridere di pancia. Oggi sono più consapevole che ho molto altro da imparare e non vedo l’ora.
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